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Significato dell'Egira

IL GIORNO, IN CUI, PER ORDINE DI ALLĀH**, IL PROFETA MUHAMMAD*, LASCIÒ LA MECCA, TRASFERENDO A YÀTHRIB (poi MEDINA) IL CENTRO DI IRRADIAZIONE DELL’ISLĀM, SCOPO FONDAMENTALE DELLA MISSIONE APOSTOLICA PER LA LIBERAZIONE DELL’UOMO DAL DOMINIO DELL’UOMO, EBBE INIZIO UN’ERA NUOVA NELLA STORIA DELL’UMANITA’, L’ERA CHE DA QUEL TRASFERIMENTO PRESE IL NOME: L’EGIRA.


Quell’evento, verificatosi 1435 anni lunari or sono nella Penisola Araba ha rivestito e riveste un'importanza del tutto particolare nella storia non solo dell'Islam ma anche nella storia di tutta l'umanità. È per la consapevolezza di questa sua rilevanza storica che i Musulmani degli albori dell’Islàm iniziarono il computo de­gli anni da quello dell'Egira, il 622 dell’era volgare, l'anno in cui il Profeta Muhammad* e i suoi seguaci lasciaro­no la Mecca per trasferirsi a Yàthrib (l'odierna Medina) a causa dell'ostilità degli esponenti della classe dominante della città, idolatri e politeisti, nei confronti del Profeta* per la sua predicazione monoteistica.
Quando, durante il califfato di ‘Umar ibn a‑Khaṭṭāb ® si rese necessario adottare una datazione per la cronologia degli atti furono presi in considerazione e scartati l’anno della nascita del Profeta (571) o quello della sua morte (632) quello della «notte del destino» (26‑27 Ramadan 610) durante la quale l'intero testo coranico fu fatto scendere nel cuore di Muhàmmad*; ebbe successo la proposta di fissare l’inizio dell’era musulmana e la cronologia della Storia della Comunità all’anno dell’Egira.

Il termine arabo hìǧrah, che spesso nei testi in cui l’Islàm viene presentato a scopo denigratorio come by‑product dell’ebraismo e del cristianesimo viene tra­dotto con la parola «fuga», significa, invece, «emigrazione», parola che sottolinea il distacco, la scissione dei legami con la propria gente. Il verbo haǧara ha come sinonimi «recidere» e «tagliare» o anche «lasciare» e «abbandonare» e si riferisce a un movimento, mettendo in evidenza più ciò da cui ci si distacca che ciò verso cui ci si dirige. Con l’EGIRA il Profeta* e i suoi seguaci hanno reciso i legami di sangue che li vincolavano alle loro tribù, trovandosi quindi privi dell'unica ga­ranzia di protezione esistente nella società pre‑i­slamica. È la comunanza della fede nella Paternità divina del Sublime Corano e nella Missione apostolico‑profetica di Muhàmmad* il collante della “nuova comunità” non più il vincolo del sangue e l’appartenenza alla tribù, che era il fondamento della struttura della società dell’epoca pre‑islamica, che nella terminologia religiosa dell’Islàm si chiama l’epoca della giahilìyyah (cioè, l’epoca dell’ignoranza).

Nel Sublime Corano la parola al‑hìǧrah non compare mai, mentre termini derivati dalla radice h‑ǧ‑r ricorro­no in trentuno àyah per la maggior parte rivolte come esortazione e incoraggiamento a quanti, all’epoca della Rivelazione, do­vettero abbandonare le proprie case per aver ab­bracciato l’Islàm.

Altri personaggi dell’epoca, i poeti «banditi», dei quali uno dei più famosi fu Shanfara, autore di una qaṣīdah, nella quale celebra le sue prodezze di bandito libero generoso e crudele con asprezza selvaggia, svincolati dalla loro tri­bù di origine, erravano per il deserto e affermavano spavaldamente la loro indipendenza e il loro co­raggio. Il Profeta* però si distacca, sì, da coloro che hanno rifiutato il Messaggio coranico, ma, come di anzi accennato, sancisce l'esistenza di un nuovo vincolo, che unisce i suoi seguaci con lui e tra di loro, un legame superiore a quello di consanguineità. Egli, nella Carta di Medi­na da lui elaborata, regola i rapporti tra i musulmani emigrati insieme a lui dalla Mecca (al‑muhāgirūna) e tra questi e le tribù locali (al‑anṣār), affermando che i credenti costituiscono una nazione distinta dalle altre (Ummah), fissa i doveri che es­si hanno tra di loro. In quell'anno fu introdotto nella Penisola Araba un elemento radicalmente nuovo: era, infatti, mancata fino ad allora l'idea di una unità super-tribale basata, sulla comunanza di fede. L’idea di sottomissione dell’individuo a un governo cen­trale o a un'unica autorità era totalmente assente nella mentalità araba e mancava addirittura nella stessa tribù.

Il sayyid (capo-tribù) aveva un potere limitato, che di­pendeva strettamente dal suo prestigio personale e dal suo rappresentare le virtù tipiche della vita del deserto. L'unica tutela alle norme non scritte della società beduina era, come abbiamo detto, la legge del taglione.

Una società quindi individualista, che non aveva strutture né organizzazioni comunitarie se non per quel minimo, che garantisse appunto il diritto di essere vendicati o la capacità di organizzarsi in caso di conflitti con le altre tribù o per le razzie, l'unico strumento di ridistribuzione delle ricchez­ze e l'unica salvezza durante i periodi di carestia e siccità.

Questo stretto ordine sociale viene superato, dopo l'Egira, con la costituzione dello Stato‑città del Profeta [Madīnatu‑n‑Nabìyyi] che rappresenta la realizzazione dello Stato Islamocratico, governato dalle norme del Sublime Corano e da quelle dettate dal Profeta*, il quale, accanto alla sua specifica missione profetica, assunse la funzione di capo politico e di organizzatore della comunità.

Il Profeta* nella fase organizzativa dello Stato Islamocratico, per ordine di Allàh**, regola e ordina i rap­porti tra i fedeli in base alla Rivelazione cora­nica, la quale, dopo la fase meccana di formazione del credo nell’unicità di Allàh e della esistenza della vita futura, assume nella fase medinese valore normativo e giuridico con valore universale perenne.

Le ge­nerazioni di musulmani successive, guarda­ndo a quegli anni come al modello insuperato di virtù e di pietà religiosa, raccolsero abbondanti testimonianze su quan­to il Profeta* disse o fece nelle diverse occasio­ni, formando così il complesso della Tradizione (Sunna), che, accanto al Testo rivelato, rappresentò la fonte principale per la formulazione della Leg­ge religiosa musulmana (Sciari`a) e per la forma­zione della mentalità generalmente diffusa intor­no al giusto comportamento del credente.

Alla luce di quanto sopra appare evidente l’importanza che l'Egira ebbe, quanto sia stata importante all’epoca in cui ebbe luogo per la trasformazione in una realtà statuale unitaria della molteplicità tribale della Penisola araba, unificata sotto la bandiera dell’Islàm.

Con essa ha inizio la realizzazione storica della realtà statuale che prende il nome di MEDINA, la Città-Stato del Profeta, il cui ordinamento, basato sul Libro di Allàh e la Sunna muhàmmadica che si allarga progressivamente durante la vita del Profeta* a buona parte della Penisola Araba e che, durante il governo dei quattro Califfi ben Guidati si estende su buona parte dell’Asia occidentale e fino all’odierna Tunisia sulla costa mediterranea dell’Africa, grazie al vigore del messaggio di liberazione dell’uomo dal dominio dell’uomo, che è il fondamento dell’ordine Islamico, a cui i popoli sfruttati e oppressi dei domini bizantini e persiani, aderiscono entusiasticamente, accogliendo le liberatrici piccole armate musulmane.

Il Profeta, che Allàh lo benedica e l’abbia in gloria* disse: “Con la liberazione della Mecca dal dominio idolatrico ha termine il tempo dell’egira e ha inizio il tempo dello sforzo per affermare il primato della parola di Allàh su qualsiasi parola dell’uomo (gihādun) e intenzione (wa nìyah)” [o come disse in arabo*]

La parola “egira” assume il significato emblematico di ogni abbandono di qualsiasi stile di vita, fondato sulla parola dell’uomo per adottare lo stile di vita che ha il suo codice di comportamento nel Libro di Allàh** e nell’insegnamento del profeta Muhàmmad*In tal senso si espresse il Profeta* per cui ogni “reversione all’Islàm” è da considerarsi una “egira”.

L’esame storico obiettivo dei successi riportati in ogni campo dalle pie generazioni musulmane delle origini, in cui la molla dell’azione era l’adesione al Codice di vita dell’Islàm con il conseguente compiacimento di Allàh** e il Suo favore, non può non portare alla conclusione, che solo un ritorno ragionato allo spirito dell’Egira, contestualizzato alle acquisizioni scientifiche e al progresso tecnologico dell’epoca contemporanea, può fornire uno scudo efficace contro la deriva morale dell’umanità governata, oggi, da sistemi di vita, la cui matrice unica è “il dominio dell’uomo sull’uomo”, fondato sul materialismo evoluzionistico agnostico e ateo, il cui vento soffia devastante anche sulle aree geo-politiche, dove un tempo governava il dominio della Parola di Allàh**.

In conclusione, sia che l’Egira venga analizzata dal punto di vista della sua indiscutibile portata nel palinsesto divino della vicenda storica dell’umanità, sia che la si consideri come uno degli archetipi della condizione umana, essa è per ogni musulmano, consapevole della sua religione, momento chiave della Storia e punto di riferimento per il destino ultraterreno finale dell’esistenza umana dal quale non gli è possibile prescindere”.

E la Lode appartiene ad Allàh
Il Signore di tutti gli universi.

N.° 181

Muhàrram 1435
Novembre 2013

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